Atti Convegno "I giardini di montagna" Prà Catinat (Fenestrelle, Torino) 1O-12/9/86,

Istituto di Miglioramento genetico e produzione delle sementi, pag. 65-72.

PIANTE ACIDOFILE PER GIARDINI E PARCHI DI MONTAGNA

Pier Luigi Ghisleni e Livia Martinetti

Istituto di Agronomia Università di Milano, Via Celoria 2, 20133, Milano, Italia

 

    In Floricoltura il termine "acidofile" è correntemente usato per indicare camelie, azalee, rododendri ed eriche, con riferimento alla preferenza che queste piante palesano per terreni a pH basso quali molto sovente sono quelli delle zone dell'arco alto collinare prealpino. Questo, tuttavia, è vero per fasi, abbastanza facilmente individuabili, della loro fisiologia, ossia per i momenti colturali del radicamento e dello sviluppo iniziale; ma diverso è l'adattamento che esse palesano quando, già adulte, possono essere fruite, per le loro note attrattive estetiche, in piena terra e all'aperto, ossia nei par chi e nei giardini, molto fuori dalle condizioni a cui le costringe la vita in vaso. A proposito dell'acidità del terreno alcune precisazioni ci paiono opportune.

1) Game1ie.  Le caratteristiche pedologiche essenziali per la felice riuscita delle camelie sono tre:buona aerazione del terreno .tenore piuttosto  elevato in humus  ed idoneità del pH. Su questo punto, quantunque sia arcinota la difficoltà che incontrano le camelie nei terreni calcarei e la loro preferenza per l'acidità, non v'è una perfetta concordanza d'opinioni. Molti Autori asseriscono che è bene che il pH non si sposti da valori compresi fra 4,5 e 5,5; altri denunciano come ottimali valori di minore acidità e meno dilatati, indicando 5,5+5,7. Comunque, la sperimentazione in argomento ha anche dimostrato che il pH del terreno e del substrato non ha di per sé grande importanza nel la coltivazione delle camelie, che sono capaci di crescere bene e di fiorire del tutto normalmente entro una gamma assai ampia di valori d:f pH, quando questi diventano gli unici agenti in causa. Il comportamento è molto patente quando si fanno crescere piantine di camelia con l'apparato radicale in soluzione nutritiva. Pertanto quando nella pratica si constata che i bassi valori di pH ostacolano la vita delle camelie .ciò non dipende direttamente da tali valori, ma verosimilmente dal fatto che la notevole acidità può attivare l'azione di materiali tossici per la pianta o addirittura lesivi per le sue radici, ed  in­sieme impedire che elementi nutritivi le vengano resi disponibili.

Vi è poi da considerare la specificità delle esigenze: le cultivar di Camelia japonica L.,  vogliono acidità, maggiore che quelle di Camelia jìasanqua Thunberg e degli ibridi C. )& wialliamsii, per i quali so no indicati valori di pH sino a 6,5, ossia non lontani dalla neutra­lità. All'atto pratico si verificano anche casi in cui la diffusa conoscenza del fatto che le camelie vivono bene in substrato acido, fa sì che si esageri in questo senso, tanto che avviene che, per eccesso di solerzia dell'appassionato, il tecnico debba addirittura raccomandare le calcitazioni..

Nei casi più gravi l'eccesso di acidità è causa dell'insorgere di problemi nella crescita: questa diventa stentata, le foglie restano di ridotte dimensioni, malformate e ingiallite ai margini; anche i germogli stentano a pronunciarsi. Fra i mezzi con cui si riesce a ridurre gli eccessi di acidità, le calcitazioni eseguite secondo i canoni agronomici e periodicamente ripetute, sono i più consigliabili. L'inconveniente opposto, ossia l'insufficienza di acidità, sovente si corregge con l'interramento di torba; le torbe di provenienza olandese e tede­sca per lo più hanno pH - 4*4,5, con il che terreni neutri o leggermente alcalini possono venire portati al desiderato livello. Altre sostanze impiegate allo scopo sono il solfato d'alluminio e lo zolfo.

2) Azalee e rododendri.  Le azalee ed i rodododendri fruiti  nei giardini e nei parchi esigono terreno ricco di humus, soffice e poro­so (peso/volume = 0,3 * 0,5) con buona capacità di trattenuta dell'ac­qua e ottima aerazione. Relativamente al pH i pareri non collimano:secondo alcuni, esso dovrebbe essere compreso fra 4 e 5,5, secondo altri fra 5,5 e 5,7. In realtà, la recente sperimentazione ha dimostrato che il pH del terreno non ha, nella coltivazione delle azalee e dei rododendri, tutta l'importanza che si usa attribuirgli; queste piante, an­zi, sono capaci di crescere bene e di fiorire normalmente entro  una gamma discretamente ampia di valori di pH, purché siano appropriati al­tri fattori e condizioni (umidità, temperatura, interazione fra esse, ecc. ) . Nei casi, poi, in cui l'acidità è eccessiva, l'effetto negativo sullo sviluppo delle azalee e dei rododendri non dipende da essa direttamente, ma indirettamente, dato che può promuovere l'azione di mate­riali tossici per le piante o addirittura lesivi per le radici, sì che resta impedito l'assorbimento di elementi nutritivi; a ciò consegue la insorgenza di problemi nella crescita, che risulta stentata e caratte­rizzata dall'emissione di foglie piccole, malformate ed ingiallite ai margini. All'eccesso di acidità si rimedia con adeguate calcitazioni, all'insufficienza con solfato di allu .minio o con  zolfo e con lo spar­gimento di fertilizzanti acidificanti.

Gli esemplari di azalea (con qualche attenuazione, l'affermazione vale anche per i rododendri), piantati in piena terra devono avere a disposizione, per l'approfondimento radicale, uno strato attivo di almeno 50 cm (ma possibilmente assai di più) con normale tenore in sili­ce. Se tale strato è più sottile, l'apparato radicale di queste piante invade l'insufficiente volume a disposizione, ne esaurisce in fretta i componenti chimici e ne altera, a volte irrecuperabilmente, le proprietà fisiche. Il depauperamento del terreno, conseguente alla coltivazione in campo delle azalee e dei rododendri ha manifestazioni così potenti che si è indotti a valutarlo con pesante preoccupazione; tuttavia, se è vero che non è possibile ripetere la coltura di queste piante su terreno da cui siano appena state tolte, due o tre anni di riposo, o i sovesci, o anche la coltura del lupino, giovano a ripristinare suffi­cientemente lo strato attivo. In condizioni di carente spessore dello strato attivo, è anche possibile accrescerlo progressivamente servendosi di materiali ricchi di humus, come foglie in decomposizione, leta­me bovino molto maturo, ecc.. Se lo strato attivo è molto compatto, può giovare aggiungere sabbia grossolana, per aumentarne la porosità. Essenziale, per le azalee e per i rododendri in piena terra è un buon; drenaggio. L'acqua in eccesso, stagnante, ostacola l'attività delle radici, che trovano difficoltà ad inserirsi fra le particelle del terreno e non riescono a superare condizioni d'asfissia, predisponenti al marciume radicale. Condizioni asfittiche vengono in un primo tempo rivelate dall'aspetto del fogliame, che perde in brillantezza e rigidezza e diventa increspato; successivamente le radici da bianche tendono a diventare di color marrone e riducono sempre più la loro vitalità.

La durezza delle acque, determinata dalla quantità di sali di cal­cio e magnesio, influisce sul pH del substrato, innalzandolo. Il pH dell'acqua d'irrigazione dovrebbe essere leggermente inferiore a 7,poi che la reazione alcalina non giova a queste piante che possono subire, danni, la cui intensità dipende dalla struttura, dal potere tampone e dal valore iniziale della reazione del terreno. D'altra parte, inappropriati sono anche valori di pH inferiori a 5, in quanto essi indicano che nell'acqua sono presenti acidi liberi (in particolare acido carbonico) idonei a provocare danni all'apparato radicale ed essiccamenti fogliari. Rimane comunque determinante la quantità d'acqua utilizzata e la resistenza propria di ogni cultivar.

3) Eriche. La maggior parte delle eriche predilige terreni a reazione acida, ben dotati di silice e privi di calcare. Per molte cultivar !di Calluna, vulgaris (L.) Hull, il pH ottimale è circa 3,7, mentre in: Erica carnea L. è 4,5. Non mancano tuttavia specie che mostrano buon adattamento anche a suoli calcareo-silicei, come Erica arborea L.,Eri­ca carnea L,, Erica vagans L., Erica multiflora L. mostra addirittura di preferire i terreni calcarei o dolomitici.

Spesso la categorica generalizzazione delle esigenze delle eriche è un luogo comune che ne ostacola preconcettualmente la coltivazione in molti giardini. Pur ribadendo la preferenza di tali piante per ter­reni privi di calcare, si deve comunque sottolinearne la capacità di adattamento a condizioni anche non ottimali sotto tale profilo.

Erica mediterranea L., Erica ciliaris L., Erica terminalis Salisb. ed Erica tetralis L. richiedono precipuamente terreni  torbosi.

Nonostante le eriche siano acidofile, non va trascurata la sommini­strazione di calcio, particolarmente in substrati di torba con pH mol­to basso. In Erica gracilis Salisb. il contenuto di CaO nella sostan­za secca è mediamente più alto rispetto agli altri elementi. L'eccesso di calcio, tuttavia, può provocare la clorosi ferrica; quest’ultima è risolvibile con la distribuzione di chelati di ferro.

 Tra i microelementi assumono importanza soprattutto il molibdeno ed il rame, spesso carenti nei terreni usualmente impiegati per la coltivazione delle eriche. Per tale motivo si possono distribuire 5 g di molibdato di sodio e 25 g di solfato di rame per metro cubo di terreno. I concimi complessi impiegati comunemente contengono, di norma, anche discrete quantità di microelementi. Nei parchi le eriche sono consigliabili per lunghe bordure o per ampie aiole variamente configurate, ossia in raggruppa­menti di numerosi individui.

* * * * *

L'altro aspetto da considerare quando s'intendono inserire le acidofile nei giardini e nei parchi di montagna,® quello del clima, e nell'ambito delle sue manifestazioni, in particolare quello della temperatura.

In Italia, camelie della species japonica L., poste a dimora in terreno favorevolmente esposto, crescono e fioriscono con regolarità anche in siti in cui le temperature invernali sono molto basse e che non fruiscono della funzione attenuante delle masse d'acqua lacustre Camellia sasanqua Thunberg è in grado di sopportare anche teraperatt^-re di - 16°C, e le cultivar con antesi invernale possono ben tollera­re, anche in fioritura, temperature di alcuni gradi sotto lo zero.

Ciò dimostra che, mediante alcuni accorgimenti colturali, adottan­do specie idonee e, entro queste, preferendo cultivar a fioritura tardiva, si possono superare i limiti climatici tradizionalmente noti,in generale, per questa coltura. La capacità di resistenza al freddo di una qualsiasi camelia dipende, infatti, oltre che, ovviamente, dalla sua attitudine genetica, da molti fattori: stadio vegetativo, età, in tensità e durata del freddo, esposizione e natura del suolo su cui la pianta cresce. Il rispetto stesso delle esigenze della pianta può porla in condizioni di meglio estrinsecare la propria capacità di frigoresistenza.. A titolo informativo, riteniamo utile riportare che, fra alcune delle cultivar di Camellia japonica L.  più note e diffuse in Italia, i tecnici ritengono, sulla base di constatazioni durate decenni, pos­sibile stabilire una ripartizione secondo la frigoresistenza palesata in pien'aria1:

a) cultivar molto resistenti: 'Iride', 'Magnoliaeflora', 'Tramonto' 'Tricolor', 'Ville de Nantes', 'Lavinia Maggi', 'Regina dei giganti', 'Rachele Odero'.

b) cultivar mediamente resistenti:  'Adolphe Audusson1, 'Duchessa Melzi1, 'Sacco Nova', 'Chandleri Elegans1, 'Francesco Ferrucci', 'Vit torio Emanuele II', 'Incarnata'

e) cultivar poco resistenti : ' Albaplena',, 'Bella Romana! ; 'Gioire De Nantes1, 'Mathotiana Alba1, 'Vergine Di Collebeato'.

E' quasi superfluo porre in evidenza che il valore di siffatte : . classifiche è minimo se inteso in senso assoluto, e che, invece, può crescere se ci si limita a riferirlo alle condizioni ambientali circo, scritte (latitudinarie e microclimatiche, in particolar modo) nelle quali sono state formulate e per le quali sono state proposte. A dimo strare che questa discriminazione interpretativa è valida, basta il fatto che cultivar di camelia date per una determinata zona come ap­partenenti ad una certa classe di frigoresistenza, non compaiono nel corrispondente raggruppamento valido per altre zone, ma in uno differente; di più, certe cultivar (tipico è il caso della cv. 'Brigadoon’inserite in una data classe di frigoresistenza, non si comportano al livello atteso e, quindi, non rientrano più in quella stessa classe se* e quando manifestazioni meteorologiche diverse dalla temperatura ri­sultano per qualche verso alterate rispetto alla norma.

Fra le non molte nozioni acquisite e che risultano essere presso­ché universalmente accettate, due emergono e meritano d'essere qui menzionate: la prima è che le camelie del gruppo degli ibridi Camellia X williamsii dimostrano necessità di calore inferiori a quelle delle culi tivar di Camellia  reticulata Lindley e quindi possono essere consideri ti potenzialmente più frigoresistenti di queste ultime, le quali pera necessitano di minore umidità. Il secondo è che nell'ambito di Camelia L. sono registrati comportamenti analoghi a quelli noti per altre specie interessanti la floricoltura (tipicamente: il garofano), consistenti nel cambiamento di forma e dimensioni, per cause termiche, de­gli stami, che possono venire metamorfosati. a petali.

In linea di massima le condizioni climatiche che più si prestano al buon sviluppo delle camelie sono quelle riscontrabili nelle zone della loro origine, quindi si può dire che queste piante preferiscono località mediamente ombreggiate, con buona umidità dell'aria.

La secolare sottomissione a condizioni imposte dall'uomo ed il lavoro di miglioramento genetico non hanno di molto alterato queste ne­cessità, anche se in coltura vengono riscontrate certe differenze. In fatti le camelie sono capaci di sopportare periodi estivi caldo-asciutti e resistono anche, a seconda delle specie, a geli più o meno forti.

Per le camelie coltivate all'aperto non sono indicate le esposizioni troppo soleggiate; di norma le cultivar della species japonica gradiscono, piuttosto che l'esposizione a piena luce, quella semi-ombreggiata e le ubicazioni in cui possono ricevere il sole al mattino, ma l'ombra al pomeriggio. Il beneficio derivante da simile situazione è verificabile specialmente nei mesi estivi e nelle annate calde.

Nelle. zone in cui sono possibili le brinate tardo autunnali e le gelate invernali, anche simili accorgimenti possono però non bastare, per cui sarà meglio impiantare le camelie là dove possono fruire del la protezione di qualche muro, di altri alberi, ecc., oppure - rinunciando sin dall'inizio alla coltivazione in piena terra - dentro grandi vasi, cosicché volendo si possa trasportarle, nelle stagioni meno miti, sotto protezione. Diversamente coperture temporanee possono anche venir abbastanza facilmente costituite con cannicciati, stuoie,impagliature e altri ricoprimenti singoli, rimuovibili poi quando è necessario. I cameliofili che allevano un gran numero di cultivar diverse, sovente preferiscono tenerle in vaso ed in ambiente poco soleggiato, realizzando inoltre protezioni di vario genere contro i pericoli dei giorni ventosi dell'inizio di primavera.

Sulla resistenza e sull'adattamento alle condizioni climatiche in­fluisce, come si sa, anche l'attitudine specifica e cultivarietale. Per esempio Camellia japonica L. non è molto tollerante al sole; tuttavia vi sono nel suo ambito anche cultivar (come 'Emperor of Russia, 'Great Eastern', 'Lady Giare') che ne sopportano l'azione diretta, quantunque i risultati di coltivazione e di fioritura siano migliori se ricevono un po' d'ombreggiamento. In Càmellia sasanqua Thunberg sp^ no incluse cultivar, riferibili alle sottospecie hiemalis e vernaiis, che si rivelano accentuatamente resistenti all'irradiamento diretto e possono venir impiantate in pieno sole; nei parchi di superficie ridotta, dove lo spazio ombreggiato deve venir riservato ad altre pian­te, esse possono essere usate con buoni risultati anche in aree del tutto esposte.

Per quanto concerne le azalee e i rododendri, si rileva che nono­stante  il grande numero di specie e di cultivar, esse non manifesta­no sostanziali differenze quanto a temperatura.

Se coltivati in piena terra ed all'aperto, essi esigono costante umidità atmosferica, ma non abbisognano di grande calore, tant'è che prosperano anche in climi freddi e sopportano, senza risentirne dan­ni, i -6°C; alcune cultivar passano indenni addirittura attraverso inverni con temperature di -20°C. In contrapposto soffrono le alte tem­perature; infatti, se sopravviene caldo-secco, queste piante si spo­gliano con rapidità di molte foglie.

 La sensibilità al calore dipende dalle caratteristiche dell'apparato radicale che, essendo costituito da radici piuttosto sottili e superficiali, risente facilmente della carenza d'acqua che si viene a determinare in terreno molto esposto al sole. Oltre a ciò si constata che i  terreni umosi acidi, appropriati per i Rhododendron, tendono a trattenere l'acqua e quindi le pian te non possono beneficiarne anche quando il terreno sembra umido.

 Per questo, esse vanno poste in luoghi che non siano direttamente o indi­rettamente esposti a forte calore diurno. Tuttavia l'esposizione al sole e la necessità di ombra dipendono molto dall'altitudine: più la pianta si trova sopra il livello del mare, minore si rivela la necessita di ombreggiamento.

Con tutte le riserve implicite nel fatto che il genere Rhododen -dron è un insieme di molte forme biologiche ciascuna avente proprie attitudini e reattività, si può ammettere che a +15°C inizi la forma­zione dei germogli fiorali; il periodo successivo, quello cioè della maturazione dei germogli, viene abbreviato se la temperatura si man­tiene inferiore a +10°C; ma per l'apertura dei fiori le temperature ottimali tornano a salire, portandosi a +15-200C; ciò non esclude,ov­viamente, che fiori si formino anche con temperature costanti più elevate.

 Tutte queste attitudini reattive spiegano la differente idoneità a formare gemme fiorali da un anno all'altro, in dipendenza delle diverse condizioni atmosferiche che possono verificarsi. In linea di massima si può dire che tale idoneità viene favorita da temperatura mite all'inizio dell'estate, e fresca nella tarda estate e in autunno* Dopo estati fredde e temperature autunnali alte bisogna aspettarsi scadente formazione di germogli.

 La temperatura minima per lo sviluppo vegetativo è abbastanza bassa: alcune cultivar crescono ancora a +6°C. •Per la formazione di clorofilla il minimo è +8-10°C. I diversi livelli termici citati spiegano, almeno in parte, come si possano avere scom­pensi tra sviluppo e formazione di clorofilla. Oltre alla temperatu­ra dell'aria, è importante quella del terreno :quanto più questa è bassa, tanto meno possono venire assorbiti elementi nutritivi.

Infine, le eriche nella generalità dei casi richiedono livelli ter­mici moderati, cosa che permette loro di superare l'inverno anche all’aperto. Le eriche originarie dell'Europa sono molto più rustiche delle sudafricane: mentre le prime resistono senza danni a temperature di -15  - 20°C (Calluna vulearis (L.) Hull può addirittura sopravvi vere a -20°C), le seconde non superano indenni temperature di -5 - 8 °C. Un debole accrescimento è generalmente osservabile già alla temperatura di circa +6°C.

Occorre evitare di esporre le piante ai geli ed alla neve, e ripa rare, durante l'inverno, gli esemplari coltivati in recipiente sotto tettoie, in cassoni o in serre. Nel periodo estivo, invece, quando sono soprattutto da temere gli stress idrici conseguenti all'elevata evapotraspirazione, conviene sistemare le piante in luogo moderatamente ombreggiato.

La temperatura interagisce con il fotoperiodo nel promuovere  lo sviluppo vegetativo e la fioritura. Nelle specie a fioritura autunnale ed invernale, in presenza di giorni corti (8-10 ore) e temperatura notturna di  +10°C, la fioritura viene inibita per 5-8 mesi. Elevando la temperatura notturna a +25°C, si ottiene l'incremento del numero di fiori per ramo, di fiori per pianta e di rami fioriti; i fotoperiodi più lunghi stimolano in misura ancora maggiore la fioritura, indi­pendentemente dalla temperatura notturna. Lunghe durate del giorno ed alte temperature notturne abbreviano il tempo necessario per 1 ' apertura dei fiori. Anche le elevate intensità di luce incrementano la fio­ritura.

Le specie a fioritura primaverile, che per lo. più formano i fiori sui germogli dell'anno precedente e già in tarda estate-autunno "mostrano i boccioli, devono trascorrere l'inverno in ottime condizioni di luce ed alla temperatura di circa +10 + 12°C. In generale, elevate temperature portano alla comparsa di fiori colorati debolmente; .la fioritura, inoltre, si protrae più a lungo in luogo fresco e possibilmente all'aperto.

Recentemente diverse cultivar di Erica gracilis Salisb. sono state oggetto di studi volti a determinare le somme termiche necessarie per la fioritura. E' stato così possibile ripartire le cultivar nelle se­guenti classi di precocità.

                                                                                                                

 

 

Somma termica necessaria per  la comparsa  dei boccioli   

Somma termica  necessaria  la schiusura  del primo fiore

Cv. precoci 950 -1.100 °C 1. 450 -1. 650°C
Cv. medio-precoci 1.150 -1.250 °C 1. 700 -1. 850°C
Cv .medio-tardive 1. 250 -1. 300°C 1. 850 -1. 970°C
Cv. tardive oltre 1.300°C oltre 1.970°C

 

 

 

 

Riassunto

Camelie, azalee, rododendri ed eriche sono piante il cui inseri­mento nei giardini di montagna può incontrare qualche difficoltà, poi che si crede ch'esse esigano spiccata acidità del terreno e che siano scarsamente frigoresistenti

Viceversa, nell'ambito dei generi Camellia, Rhododendron, Erica e Calluna v'è, a livello specifico e - ancor più - a livello varietale, una vasta possibilità di reperire, caso per caso, le piante che si di mostrino adattabili a quasi tutte le condizioni.

Summary

CAMELLIAS, RHODODENDRON AND EATHERS, FOR MOUNTAIN GARDENS IN ITALY.

Camellias, rhododendrons, azaleas and eathers are usually thought to prefer low soil-pH and warm climate.

On thè contrary, thè more than 80 camellias species, thè almost seven hundred species of gen. Rhododendron and thè many species of Calluna and Erica, together with their thousands varieties, allow a large choice for their adaptation in almost every mountain garden.Fòr such reasons, soil-pH or cold resistance are no problems, and  some hard variety is surely always available, also for very particular ca-ses.

BIBLIOGRAFIA

GHISLENI P.L., 1982, Le camelie, Edagricole. Bologna.    
GHISLENI P.L. e MARTINETTI L., 1985, Eriche, CLESAV, Milano.
GHISLENI P.L. e CARAFFINI B., 1985, Rododendri e Azalee. Edagricole,
Bologna.

"Autorizzazione alla divulgazione del presente lavoro, cortesemente concessa dalla Prof. Livia Martinetti."