ORTOFLORICOLTURA – DOCUMENTI

 

TECNICHE Dl COLTIVAZIONE A BASSO IMPATTO AMBIENTALE

Pardossi Alberto Dipartimento di Produzione Vegetale. Università degli Studi di

Milano. Milano

 

Introduzione

 

La riduzione dell'impatto ambientale nelle colture di serra è un argomento di grande attualità, poiché forte ed in continuo aumento è la pressione che, talvolta a torto, talvolta a ragione, la lobby ambientalista (comprendente pure i consumatori, è bene ricordarlo) sta esercitando sull'intero comparto ortofloricolo e, più in generale, agricolo.

Dopo aver affrontato l'importante tema del risparmio energetico (anni '70) e, successivamente, l'aumento delle rese ed il miglioramento della qualità delle produzioni (anni '80), nell'ultimo decennio la ricerca in Italia ed all'estero si è dedicata allo sviluppo di sistemi colturali affidabili in grado di consentire soddisfacenti risultati produttivi dal punto di vista quantitativo e qualitativo ed, al tempo stesso, di ridurre il più possibile l'impatto ambientale. E" anche lecito attendersi che gran parte dei finanziamenti (comunque scarsi!) stanziati nel prossimo futuro per la ricerca nel settore delle colture protette sia indirizzata verso la riduzione degli effetti inquinanti legati alla coltivazione in serra ed alla salvaguardia di risorse come quelle idriche o la stessa terra.

 

Il bilancio della serra

In modo estremamente sintetico, possiamo rappresentare il sistema-serra come un bilancio tra una serie di imput e di autput.

Tra i primi troviamo l'energia (quella consumata direttamente, ad esempio per I riscaldamento, ed indirettamente, per la produzione d'acciaio, materiali di copertura, vasetteria), l'acqua, i fertilizzanti, i pesticidi, i fitoregolatori, la plastica ed i substrati.

Tra gli output, troviamo i rifiuti di varia natura (substrati, materiale verde, carta, e soprattutto plastica), solo in parte riciclabili, le emissioni gassose e le acque di drenaggio, molto spesso ricche di pesticidi e soprattutto di fertilizzanti (in particolare di quelli azotati).    Le acque di drenaggio sono responsabili dell'inquinamento delle falde idriche, oltre che dello spreco di una risorsa, quella idrica, sempre più preziosa, soprattutto nelle regioni mediterranee. Il problema, non certo di facile soluzione, è quello di ridurre gli input e soprattutto gli output. Nel primo caso si tratta di limitare i consumi d'energia, di fertilizzanti e pesticidi attraverso una più efficiente costruzione della serra ed una più oculata gestione degli interventi di climatizzazione, d'irrigazione, di concimazione e di difesa antiparassitaria.

 

Input chimici nell'orto florovivaismo olandese (Welles, 1992)

 

 

Pesticidi

(kg p.a./ha.anno)

Fertilizzanti

(kg NPK/ha.anno)

SERRA

 

floricoltura

75

3000

orticoltura

35

2500

PIENA ARIA

 

 

Floricoltura-bulbi

125

370

orticoltura

30

30

frutticoltura

20

160

arboricoltura

75

390

 ( Neth. J. Agric. Sci.1992,40, 277-284)

 

 

 Nella tabella 1 sono riportati, a titolo di esempio, i consumi di pesticidi e di fertilizzanti di alcuni settori serriceli in Olanda, paese all'avanguardia anche per quanto riguarda la legislazione in materia di serricoltura.

I dati della tabella consentono alcune semplici considerazioni. Per prima cosa, occorre sottolineare che, in generale, le colture protette determinano, rispetto alle colture di pien'aria, un consistente aumento dell'impiego di prodotti chimici di sintesi; questo aumento interessa più i fertilizzanti che i pesticidi. Per questi ultimi, inoltre, sono oggi disponibili diverse alternative (solarizzazione, insetti antagonisti, ecc.), mentre per quanto riguarda la fertilizzazione sembra difficile poter raggiungere i livelli produttivi tipici delle colture di serra (fino a 50 kg per mq all'anno di pomodori, o 200-250 steli per mq di rosa, tanto per fare degli esempi) ricorrendo solo ai concimi organici o pratiche come il sovescio, come nel caso delle coltivazioni biologiche.

Per quanto riguarda gli output, è soprattutto attraverso le coltivazioni a ciclo chiuso che si può pensare di ottenerne una consistente riduzione. Un aspetto assai importante riguarda, come già accennato, l'acqua. La risorsa idrica è destinata a diventare sempre più preziosa perché va diminuendo la disponibilità di acqua di buona qualità, sia per un processo di salinizzazione a carico delle acque di falda in molte zone costiere (dove in genere maggiori sono gli insediamenti serricoli), sia per una crescente richiesta di acqua per usi civici, industriali e turistici. Le colture di serra indubbiamente richiedono notevoli volumi d'acqua irrigua, se non altro perché in serra mancano gli apporti meteorici. Allo stesso tempo, però, la serra costituisce un sistema colturale in grado di aumentare considerevolmente l'efficienza di uso dell'acqua, come messo in evidenza dai dati della Tabella 2. L'ambiente più favorevole dal punto di vista microclimatico, una precisa tecnica colturale ed, eventualmente, il ricorso a sistemi con soluzione nutritiva ricircolante consentono, infatti, di aumentare di 3-4 volte l'efficienza d'uso dell'acqua delle colture.


 

Strategie per la riduzione dell'impatto ambientale

 

Nello sviluppo di tecniche colturali a basso impatto ambientale, possiamo individuare tré linee fondamentali.

La prima prevede il ricorso alla coltivazione biologica, cioè alla coltivazione condotta secondo un preciso disciplinare di produzione, imperniato soprattutto sul divieto d'impiego di qualsiasi prodotto chimico di sintesi e, per rimanere al settore serricelo, e del riscaldamento (ammesso solo solo per la produzione di piantine in vivaio). Pur riconoscendo l'importanza crescente delle produzioni bio logiche nel nostro Paese, riteniamo che nel prossimo futuro scarsa sarà la loro incidenza nell'ambito delle produzioni di serra. Queste ultime, peraltro, sono finalizzate a produrre ortaggi e fiori in zone ed in periodi climaticamente sfavorevoli, e questo in qualche modo è contrario allo spirito delle colture biologiche, che, al contrario, puntano alla stagionalità ed alla naturalità della produzione.

Destinate, a nostro giudizio, ad un maggiore successo sono. invece, le colture integrate. Anche queste sono basate sul rispetto di un disciplinare di produzione che non esclude, però, l'impiego di sostanze chimiche di sintesi, pur essendo il ricorso a tecniche alternative ai pesticidi convenzionali, come quelle previste dalla lotta biologica, costituisce uno dei caratteri più importanti di questo tipo di coltivazione. Le produzioni integrate stanno suscitando, in effetti, un grande interesse, anche per i favorevoli sbocchi commerciali. Fregiare un prodotto ortofloricolo con un marchio, che ne attesta la produzione con metodi eco-compatibili o sostenibili, è indubbiamente uno strumento di marketing in grado di favorirne la collocazione su mercati maturi, come quelli dell'Europa centrale, in genere anche più sensibili alle problematiche ambientali. Ne è un esempio il progetto MPS recentemente sviluppato in Olanda per il settore floricolo.

La terza linea evolutiva della tecnica coltura in serra è la cosiddetta serricoltura high-tech, basata su di una sofisticata gestione dell'intero processo produttivo, sull'impiego di sistemi di coltivazione idroponica a ciclo chiuso, sulla climatizzazione computerizzata, oltre che sull'adozione dei criteri di lotta biologica ed integrata. Le coltivazioni high-tech trovano senza dubbio il proprio limite negli elevati investimenti richiesti dalla realizzazione delle serre e nel know-how necessario alla gestione ordinaria. Queste sono le coltivazioni che possiamo trovare nelle serre olandesi e danesi, e magari anche in qualche azienda italiana, ma non sono certo quelle più diffuse a livello mondiale. La serricoltura mondiale, infatti, è ancora basata perlopiù su strutture molto semplici, se non proprio povere, come quelle che possiamo vedere in tutti i comprensori serriceli italiani, da Sanremo a Pachino, da Viareggio a Latina.

 

Esempi di tecniche a ridotto impatto ambientale

 Potremmo citare molti esempi di tecniche a ridotto impatto ambientale. Oltre alla lotta biologica ed integrata, ricordiamo l'innesto erbaceo su portainnesti resistenti ai più comuni patogeni e parassiti del terreno, il ricorso agli insetti pronubi per l'impollinazione di specie come il pomodoro invece dei tradizionali ormoni alleganti, la solarizzazione, le tecniche non-convenzionali per il controllo della taglia e dell'architettura delle piante ornamentali (D/F, morning-drop, spazzolatura, irraggiamento con luce UV). Molte di queste tecniche sono già diffuse in Italia e, costituendo in molti casi una valida alternativa al bromuro di metile, sono destinate ad esserlo sempre di più.


 

Le colture fuori suolo

Le colture senza suolo meritano un'attenzione particolare, poiché costituiscono, insieme ai metodi di lotta biologica, l'innovazione di processo più importante tra quelle che negli ultimi anni hanno interessato le coltivazioni di serra.

A favore della loro diffusione giocano una legislazione sempre più restrittiva dal punto di vista ambientale, la ormai prossima proibizione del bromuro di metile, la crescente richiesta di produzioni di qualità, la minore disponibilità di manodapera e la progressiva salinizzazione dei terreni serriceli (conseguenza sia delle continue concimazioni minerali sia del peggioramento della qualità delle acque impiegate per l'irrigazione).

Tra i fattori sfavorevoli troviamo i costi elevati, la scarsa preparazione professionale degli operatori, la carenza di infrastrutture (ad es. di laboratori in grado di garantire le analisi delle soluzioni nutritive e dei substrati in tempi rapidi ed a basso costo), e, di nuovo, la salinizzazione delle acque irrigue, che indubbiamente costituisce un grosso limite all'impiego di sistemi a soluzioni ricircolante.

Molti vedono nei sistemi idroponici una semplice soluzione al problema della lisciviazione di fertilizzanti, e questo è sostanzialmente vero. ma solo nel caso di sistemi a ciclo chiuso. Nei sistemi aperti, infatti, lo spreco d'acqua ed il rilascio nell'ambiente di fertilizzanti sono notevolie, anche superiori anche a quelli delle colture tradizionali a terra. La Figura 1 esemplifica quanto affermato. I dati presentati nel 1998 da A. Baiile in occasione di un simposio sulle colture idroponiche organizzato a Pisa dal Prof. F. Tognoni indicano chiaramente l'entità dell'impatto ambientale di una coltura senza suolo a ciclo aperto. I dati di Baiile sono stati calcolati, peraltro, prendendo in considerazione una percentuale di drenaggio relativamente ridotta; chi ha esperienza di colture su substrato sa bene che tale valore è molto spesso più alto di quello riportato nella figura 1.

 

 

ROSA FUORI-SUOLO (150 steli/mq; Baiile, 1998*)

(Valori su base annuale)

                                                                             

                                                                                       • 8500m3/ha

                                                                                       • 10500 m3/ha

                                                                                       • 17tNPKCaMg(1.4N)

 

 

 

 

 


 

Figura 1. Bilancio idrico e nutritivo di una coltura fuori suolo a ciclo aperto di rosa (Fonte: A. Baiile, * Ciclo di Seminar! su "Colture Idroponiche. Aggiornamenti Tecnici e Scientifici", Pisa 26-27 febbraio 1998).

La chiusura del ciclo, cioè il recupero e la riutilizzazione della soluzione di drenaggio, consente indubbiamente di ridurre tali inconvenienti, ma non è certo facile, costringendo ad un aggravio dei costi d'impianto (ad esempio, per installare dei sistemi di disinfezione della soluzione) e ad una gestione più difficile. Il problema consiste, di fatto, nel tenere sotto controllo i parametri fisico-chimici della soluzione attraverso un continuo monitoraggio, magari realizzato attraverso l'impiego di strumentazione portatile, oggigiorno disponibile grazie ai risultati di un intenso lavoro di ricerca e sviluppo nel campo del monitoraggio ambientale ed industriale.

 

Conclusioni

Lo scenario di riferimento della serricol+ura è profondamente modificato ed ha reso necessario lo sviluppo di sistemi colturali non solo affidabili, cioè in grado di consentire rese e qualità dei prodotti soddisfacenti, ma anche ecompatibili o sostenibili. L'ecompatibilità del processo produttivo è diventato, infatti, un obiettivo aziendale da perseguire con metodo, costituendo un vero e proprio requisito di prodotto richiesto dal mercato.

I serricoltori italiani che non sapranno adattare le proprio strutture e le proprie metodologie produttive a questo nuovo scenario sono destinati ad uscire più o meno

 

"Autorizzazione alla divulgazione del presente lavoro, cortesemente concessa dal Prof. Alberto Pardossi"