Substrati di coltura e metodologie di controllo
Marco Castelnuovo
Responsabile di Laboratorio
Minoprio Analisi e Certificazioni Srl, Via Raimondi, 54, 22070 Vertemate con Minoprio, Italia
1. La coltivazione fuori suolo
La coltivazione fuori suolo ha esaltato la problematica della rapidità dello sviluppo vegetale e, di conseguenza, ha modificato, poco o tanto, tutte le pratiche agronomiche utilizzate a tal fìne.
Primariamente è utile ricordare che la coltivazione di piante può essere effettuata per diversi scopi che possiamo unire in due gruppi: piante di cui si vende una parte di esse, ovvero piante da fronda e fiore reciso e piante da vendere in toto con il contenitore ed il rispettivo substrato. Nel primo caso si pone il problema di smaltire o riutilizzare il substrato, quindi il "rifiuto" o residuo di fine coltivazione.
In entrambi i casi comunque i substrati sono sottoposti ad applicazioni intensive di fattori tecnici, in particolare sarà elevato Rapporto di fertilizzanti e di prodotti antiparassitari. In questa dinamica di incremento di utilizzazione di tecnologie innovative risulta essere importante un adeguato aumento di conoscenze scientifiche.
Il substrato colturale assume un'importanza fondamentale nella coltivazione fuori suolo in contenitore. Infatti, l'apparato radicale delle piante allevate in contenitore ha a disposizione un volume limitato da esplorare e presenta maggiori esigenze nei confronti di aria, acqua ed elementi nutritivi rispetto al suolo agrario.
Un buon substrato deve rispondere a requisiti di tipo fisico-chimico, meccanico e biologico, riassumibili nei seguenti punti:
garantire un buon ancoraggio dell'apparato radicale e la stabilità del complesso contenitore-pianta; presentare una buona capacità di ritenzione idrica e una buona disponibilità di aria anche in corrispondenza della capacità idrica massima; non presentare sostanze fìtotossiche o patogeni animali e vegetali; mantenere il più a lungo possibile inalterate le caratteristiche fìsiche e quindi resistere al compattamente e alla riduzione di volume, mantenendo buone capacità drenanti; essere omogeneo e uniforme; avere un costo limitato. essere di facile reperibilità.
La notevole diversificazione nella tipologia delle piante coltivate e, di conseguenza, la variabilità delle esigenze colturali da rispettare pongono continue richieste per azioni di ricerca e sperimentazione nei confronti dei substrati, al fìne di ottenere validi elementi di giudizio che consentano di sfruttare al meglio le opportunità fomite dalla coltivazione di piante fuori suolo.
L'ottimizzazione dell'impiego dei componenti di base per i substrati, in particolare della torba che ne costituisce finora l'elemento principale, deve tener conto anche di aspetti di carattere ecologico, in quanto la torba stessa rappresenta un bene non rinnovabile o si possono presentare problemi di smaltimento dei "residui di lavorazione"
2. Materie prime utilizzabili per la coltivazione di piante fuori suolo
Le torbe rappresentano ancora oggi il materiale di base più utilizzato per la preparazione dei substrati impiegati nel florovivaismo. Per alcune colture esse vengono impiegate tal quali o semplicemente portate a un pH desiderato, ma nella maggioranza dei casi si ricorre a miscele con altri componenti di origine e proprietà diverse. Anche i substrati commerciali pronti per l'uso, pur essendo a base di torba o di miscele di torbe, spesso contengono anche altri elementi in relazione all'uso specialistico per il quale sono stati formulati.
La seguente rassegna riporta i più diffusi materiali utilizzati dai florovivaisti nella preparazione dei miscugli, distinti in materiali organici, inorganici e sintetici; in alcuni casi essi rappresentano una \ era e propria alternativa, in tutto o in parte, per la riduzione della quantità di torba presente nei substrati.
2.1. Materiali organici
2.1.1 Torba: importanza e caratteristiche
Si individuano come torbe propriamente dette quei materiali contenenti residui vegetali più o meno decomposti, aventi un contenuto in ceneri inferiore al 10%.
Le torbe sono presenti in giacimenti naturali denominati torbiere, che sono localizzati in diverse aree della superficie terrestre. Geologicamente e pedologicamente la torbiera viene descritta come uno strato di materiale di origine vegetale di almeno 30 cm, indipendentemente dalla copertura vegetale sovrastante.
Diversamente, sempre in termini pedologici, la torbiera risulta anche definibile come un substrato idromorfo.
Le torbiere più profonde hanno iniziato la loro formazione circa 10 mila anni fa, nel tardo periodo glaciale o post-glaciale, quando l'aumento della temperatura consentì lo sviluppo di una vegetazione tipica; le torbiere comunemente utilizzate sono formazioni di circa 1000 anni.
Lo sfruttamento delle torbiere avviene principalmente secondo due distinti procedimenti di estrazione, utilizzando macchine escavatrici o macchine fresatrici.
La torbiera va dapprima prosciugata, tramite il drenaggio realizzato attraverso una fìtta rete di piccoli canali, che permettono un lento e graduale deflusso delle acque verso canali di raccolta più grandi. Dal contenuto iniziale di acqua del 96% è necessario scendere almeno all'88% circa. Questo processo può richiedere alcuni anni.
L’estrazione con le macchine escavatrici si avvale di macchine che tagliano la torba a pani (blocchi di cm. 15x15x64) e li accatastano sul terreno in tipiche andane. I blocchi vengono lasciati asciugare fino a che l'umidità cala intomo al 45-50% del loro peso. Evaporano circa 800 litri di
acqua per mc di torba e il processo si compie nell'arco di un anno, un anno e mezzo (la durata del processo può essere ridotta con l'impiego di impianti di essiccazione). Una particolare lavorazione è richiesta per la produzione di torbe gelate.
Successivamente la torba viene raccolta e avviata ai processi di trinciatura, sfibratura e setacciatura.
Con l'utilizzo delle macchine fresatrici, si rimuove uno strato di 2-3 cm, che nel giro di 1-2 giorni riduce la sua umidità a circa il 65% del peso. Dopodiché il materiale asciutto viene raccolto con macchine aspiratrici e inviato alle fabbriche di lavorazione.
Il criterio di classificazione delle torbe non fa riferimento .a un metodo uniforme ma vengono proposti diversi sistemi: Famham (Inghilterra), A.S.T.M. (U.S.A.), I.P.S. (U.S.A), Grado di decomposizione. Dimensione delle particelle.
Fra le varie categorie di torbe quelle di sfagno rappresentano il materiale di partenza più utilizzato per la preparazione di substrati.
Ciò è dovuto alle loro caratteristiche di base:
- relativa omogeneità;
- elevata capacità di assorbimento idrico (2-4 volte maggiore a quella delle torbe contenenti Carex ed Eriophorum);
- buona aereazione;
- buona stabilità strutturale (e quindi buon mantenimento delle caratteristiche fìsiche del substrato);
- limitato apporto di elementi nutritivi (quindi non modificano il piano di concimazione prestabilito);
- pH intorno a 3, facilmente modificabile a seconda delle esigenze colturali, con il ricorso alla
calcitazione (2,5 kg/mc di CaC03 alzano di circa un grado il pH);
- assenza di sostanze fìtotossiche.
Fra tutte queste caratteristiche, fondamentali risultano sicuramente quelle idrologiche, in quanto le proprietà salienti della torba sono legate alla sua capacità di immagazzinamento e alla cessione di notevoli quantità di acqua. Questa capacità di immagazzinamento dipende dagli aspetti morfologici e botanici degli sfagni che compongono la torba stessa.
Riguardo alle caratteristiche morfologiche, la possibilità di assorbire acqua è legata al tipo di frammenti (foglie e branche) che sono presenti nella torba e al loro grado di decomposizione.
Se la torba risulta poco degradata, foglioline e branche sono integre ed esplicano in maniera oli liliale l'azione di trattenimento nei confronti dell'acqua. Viceversa, all'aumentare del grado di decomposizione della torba, aumenta anche il livello di defogliazione e degradazione delle strutture fogliari, con peggioramento delle caratteristiche idrologiche.
Riguardo alle caratteristiche botaniche, le specie di Sphagnum appartenenti al gruppo Cymbifolia presentano foglie più grandi rispetto alle specie appartenenti al gruppo Acutifolia e presentano, pertanto, una maggior capacità di trattenimento dell'acqua. In sintesi le caratteristiche di cui tenere conto sono porosità: una buona torba di sfagno presenta una porosità superiore al 96%; volume d'aria: l'optimum si aggira intomo al 45-50% della porosità totale a pF l ; grado di restringimento: questo parametro misura la diminuzione di volume che si realizza nella torba in seguito alla evaporazione e cresce all'aumentare del grado di decomposizione. Per una buona torba di sfagno deve essere inferiore al 25%, mentre per torbe brune si può arrivare al 45% .
2.1.2. Compost vegetale
II termine "compost" definisce i prodotti derivanti da reazioni biossidative a Carico di sostanze organiche. Il prodotto che si ottiene compostando i residui vegetali rappresenta una possibile risposta al trattamento di materiali di problematico smaltimento (cortecce, truciolati e altri sottoprodotti della lavorazione del legno, residui di potatura, cocco). Però solo seguendo in modo adeguato i processi di produzione si può ottenere un materiale stabilizzato ed utilizzabile quale integratore di substrati. Molto variabili sono sia i quantitativi disponibili sia i parametri qualitativi ottenibili dai processi produttivi.
2.1.3. Compost di cortecce
Può provenire tanto da latifoglie che da aghifoglie. In generale il suo uso nella costituzione di un substrato determina la riduzione della ritenzione idrica.
Il buon compostaggio elimina le sostanze fìtotossiche presenti nelle cortecce (fenoli, tannini, resine, terpeni, ecc.) e riduce le carenze azotate nelle colture determinate dalla competizione alimentare esercitata dai microrganismi che effettuano la degradazione della sostanza organica che continua anche durante la coltivazione.
2.1.4. Lolla di riso
Deriva dai processi di lavorazione del riso ed è costituita dalle glumelle che avvolgono la cariosside. Le riserie italiane ne producono attualmente circa 2,8 milioni di metri cubi. E' interessante il suo utilizzo nel florovivaismo come componente nella realizzazione di substrati, previa sterilizzazione.
2.1.5. Altri materiali
Sono da valutare le possibilità di utilizzo di vari materiale di recupero quale substrato.
2.2. Materiali inorganici
2.2.1. Sabbia
E’ utilizzata come componente di miscugli, come substrato nella radicazione di talee legnose o nella semina delle piante grasse. Viene spesso utilizzata in miscuglio con la torba, allo scopo di migliorarne le caratteristiche fìsiche, anche se, in realtà, l'effetto ottenuto risulta essere di segno contrario, in quanto i granelli di sabbia vanno ad ostruire la porosità della torba. Modesto è l'apporto di elementi nutritivi e scarsa la capacità di ritenzione idrica.
2.2.2. Perlite
l.a perlite viene ottenuta mediante il riscaldamento ad alte temperature (intomo a 1000 °C) di un silicato di alluminio di origine vulcanica. Ne deriva un materiale espanso, a struttura cellulare chiusa, di colore bianco e molto leggero.
l.a struttura cellulare chiusa riduce di molto la capacità di ritenzione idrica, mentre elevato è il potere drenante. Per queste caratteristiche viene utilizzata in miscela con la torba, nella quantità di circa il 20% in volume nei substrati di coltivazione e fino al 50% nella radicazione di talee erbacee; o tal quale in colture senza suolo.
l.a perlite è un materiale chimicamente inerte e mostra un pH tendenzialmente neutro. Non si ha apporto di elementi nutritivi.
2.2.3. Pomice e lapillo
l.a pomice e il lapillo sono materiali poroso di origine vulcanica. Sono silicati di alluminio contenenti piccole quantità di elementi nutritivi (potassio, sodio e tracce di calcio, magnesio e ferro) e sono in grado di scambiare cationi con la soluzione circolante. Sono utilizzati come materiale drenante. in miscuglio con la torba o tal quali per colture senza suolo. Tramite la vagliatura si ottengono granuli di diverse dimensioni.
2.2.4. Vermiculite
Questo silicato di alluminio, ferro e magnesio è estratto da giacimenti naturali. In seguito a un processo di riscaldamento (745 °C per 1 minuto), perde la tipica struttura a strati e si espande fino a circa 20 volte il suo volume originale, acquisendo una struttura a nido d'ape. Il pH può essere leggermente acido (compreso fra valori di 6-6,8) o neutro.
Con il trascorrere del tempo la struttura a nido d'ape tende a disgregarsi, con perdita delle caratteristiche fìsiche. Viene pertanto utilizzata in miscuglio con altri materiali.
2.2.5. Argilla espansa
Deriva dal riscaldamento dell'argilla ad alta temperatura. Il materiale che ne deriva si presenta sotto torma di aggregati stabili ed anche il pH è variabile, in un intervallo compreso tra 7 e 9. Viene utilizzata come mezzo drenante nei substrati ed in idrocoltura.
2.2.6. Lana di roccia
Si presenta come un materiale a struttura fìbriforme, ottenuto dalla fusione a 1500 °C di silicati di alluminio, calcio e magnesio e carbon coke. Avendo un'elevata porosità (87%). ed essendo chimicamente inerte è utilizzabile quale substrato in aziende specializzate.
2.2.7. Zeoliti
Sono silicati di alluminio di origine vulcanica, presentano elevata finezza e una buona capacità di scambio nei confronti degli ioni K e NH4N Sono aggiunte ai substrati per aumentare la Capacità di Scambio Cationico.
2.3. Materiali sintetici
2.3.1. Polistirene espanso
(conosciuto commercialmente con il nome di polistirolo)
Prodotto in scaglie o fiocchi di 2-8mm di diametro, viene utilizzato per aumentare l'aerazione e In leggerezza del substrato. Non ha capacità di ritenzione idrica, in quanto presenta una struttura cellulare chiusa. Non interferisce chimicamente con il substrato e non si decompone, anche se tende a comprimersi durante l'uso.
Nella tabella n.1 sono elencate le principali materie prime utilizzate quali substrati per colture Cuori suolo
3. Controllo delle materie prime
I ulti i prodotti acquistati dovrebbero essere controllati. Per quelli a base di torba sono necessari periodici controlli per assicurarsi della qualità ed omogeneità delle singole forniture di torba.
La determinazione di una serie di parametri quali il peso specifico, la porosità e la capacità idrica, permette di ottenere una buona idea della qualità della torba.
Altri fattori importanti sono la vagliatura e la macinatura che conferiscono la struttura alla torba al momento del suo utilizzo.
Nella tabella n.2 sono riportate le variazioni nelle proprietà fìsiche di torbe estratte da differenti torbiere.
Per il compost di corteccia è molto importante seguire e controllare il processo di compostaggio dall'inizio fino alla maturità.
Nella tabella n.3 sono riportate le variazioni delle proprietà fìsiche di miscele di torbe e cortecce compostate in diverse percentuali.
Per le altre materie prime vengono controllati gli aspetti tipici dei prodotti stessi
Quando i componenti primari raggiungono lo stabilimento di produzione dei substrati, devono essere compiute analisi chimiche e fìsiche adeguate.
Occorre determinare, almeno in una prima fase, i seguenti fattori:
Parametri chimici:
pH. conducibilità elettrica (EC), azoto, fosforo, potassio, calcio e magnesio;
con valori di EC elevati: sodio e doro;
per i compost: azoto ammoniacale, metalli pesanti quali zinco, piombo, cadmio, nichel, manganese e altri eventuali parametri biologici.
Parametri fisici:
densità apparente e porosità totale;
volume di aria e di acqua facilmente disponibile;
capacità idrica;
distribuzione granulometrica.
1 dati ottenuti dalle misurazioni analitiche forniscono informazioni oggettive sulla qualità e sono la base per la costituzione di substrati destinati a scopi differenti.
Un interessante parametro misurabile in campioni di substrati è il tasso di immobilizzazione dell'azoto; esso dipende soprattutto dalla degradabilità del carbonio organico contenuto nel substrato. I materiali quali il legno e le cortecce di latifoglie sono più soggetti a fenomeni di mineralizzazione che comportano, a livello macroscopico, una riduzione del volume del substrato e il suo progressivo compattamente col prolungarsi della coltivazione.
Nel caso di materiali organici quindi occorre indagare la loro stabilità microbiologica nel tempo prima dell'impiego come componente di substrati.
A tal fine risulta utile l'adozione di metodiche analitiche che prevedano l'immissione di azoto nei materiali da testare e la loro successiva incubazione per un determinato periodo di tempo; il calcolo del rapporto tra azoto presente al termine e all'inizio dell'incubazione, può fornire un indice della tendenza all'immobilizzazione di azoto. Per determinare con sufficiente attendibilità le quantità di azoto effettivamente sottratte alle piante nel corso della coltivazione occorre tuttavia prevedere anche delle prove di coltivazione in serra.
Nella realtà socio-economica attuale è molto difficile produrre substrati ottimali per ciascun gruppo di piante, poiché i produttori utilizzano differenti tecniche d'irrigazione, differenti fertilizzanti e soluzioni nutritive, non possiedono la stessa qualità dell'acqua e cambiano o adattano costantemente le tecniche di coltivazione.
Di conseguenza i substrati devono essere armonizzati alle condizioni di coltivazione e non alle tipologie di piante, poiché un gran numero di piante, con l'impiego di tecniche appropriate, possono essere allevate in qualsiasi substrato.
3.1. Esigenze di controllo dei componenti primarì in relazione al mercato
1 parametri fisico-chimici da considerare ed i metodi di controllo da utilizzare variano necessariamente in relazione agli scopi a cui tendono i soggetti implicati. Questi sono: gli escavatori e i produttori di materie prime, gli importatori di materie prime, i produttori di substrati (terricci, miscele ecc.), i distributori e gli agenti di commercio, le aziende agricole ed il consumatore al dettaglio.
I punti di seguito proposti tentano di raggruppare le fasi dei processi produttivi che portano alla formazione di prodotti vendibili.
3.1.1. Controllo e caratterizzazione delle materie prime disponibili sul mercato nazionale ed estero
In questa fase di reperimento di grossi quantitativi di materiale risulta molto importante la definizione di norme internazionali, in relazione alla univoca definizione di qualità e quantità, che regolino gli scambi commerciali che ormai intercorrono tra nazioni diverse.
In questa fase i soggetti implicati sono i produttori di materie prime, gli importatori e i produttori
di substrati.
3.1.2. Controlli di parametri analitici che siano utilizzabili quali supporto nelle decisioni di formulazione di miscele che prevedono I’utilizzo di diverse materie prime
I soggetti interessati sono ovviamente i produttori di substrati.
Lo scopo delle indagini di controllo richieste in questa fase è quello di ottenere substrati "ideali" per le esigenze di mercato che nello stesso tempo siano riconducibili a standard aziendali o convenzionali.
I parametri implicati possono essere valutati:
in laboratorio in serra, su alcune colture indicatrici, con protocolli affidabili
3.1.3. Controlli per la qualificazione di prodotti commerciali operati dai produttori di miscele pronte alluso
Le aziende che operano miscele di componenti base sono interessate, dopo la costituzione di Protocolli di produzione, al controllo dei processi di produzione. Tale approccio è la base per aderire a procedure certificate che permettono l'adesione ai Marchi di qualità.
3.1.4. Controlli per le aziende agricole e per la "distribuzione"
1 soggetti in questa fase sono i distributori, le aziende agricole e le associazioni di consumatori che sono interessati a valutare il rapporto qualità/prezzo.
L’attenzione del coltivatore è rivolta maggiormente a problemi di qualità agronomiche, mentre la distribuzione esige la rispondenza del prodotto a norme nazionali e internazionali.
3.1.5. Controlli agronomici per garantire la capacità del substrato di sostenere lo sviluppo vegetale in modo remunerativo
In quest'ultimo caso i soggetti sono le aziende agricole fortemente specializzate che sempre più devono programmare la loro produzione per diminuirne i costi ed il substrato deve garantire il rispetto dei tempi produttivi e degli standard qualitativi delle piante coltivate.
4. Metodi analitici e loro standardizzazione
4.1. Introduzione
Diversi laboratori in tutto il mondo hanno sviluppato propri metodi per analizzare e caratterizzare gli ammendanti ed i substrati, analogamente nei Paesi Occidentali ogni nazione impiega propri metodi ufficiali. Ciò comporta problemi e confusione nell’interpretazione e comparazione dei risultati.
A 11'intemo del Comitato Europeo per la Standardizzazione (CEN) e in ordine alla definizione di qualità dei substrati per le piante, la Commissione Tecnica 223 (TC 223) si è impegnata nello sviluppo di metodi di riferimento per la determinazione delle proprietà chimico-fìsiche di tali materie prime e prodotti finiti.
Le prove di confronto tra diversi laboratori, condotte dalla Intemational Society of Horticultural Science (I.S.H.S.) all'intemo del "Gruppo di lavoro per la standardizzazione dei metodi analitici e la vai inazione dei risultati", hanno evidenziato una situazione caotica.
Poiché la differenziazione dei dati ottenuti si è rivelata del tutto inaccettabile, è auspicabile che si formalizzi un metodo di riferimento con il quale si possano confrontare le procedure adottate nei \ ari Paesi per giungere ad un metodo unico.
Infatti la causa della mancanza di un metodo di riferimento per l'analisi dei parametri chimico-fìsici (per es. contenuto idrico, densità apparente e qualità in senso ampio), si verifìcano numerose dispute che, in molti casi, giungono fino alle aule dei tribunali. Le discrepanze nei valori analitici noti solo generano dispute tra fornitori e clienti, ma provocano anche serie conseguenze economiche.
Attraverso l'istituzione di un metodo di riferimento, usato laboratori specializzati, si avrà la possibilità non solo di esprimere i risultati su una base comune, ma anche di valutare la qualità. Inoltre, già ora, alcune nazioni hanno organizzazioni che riuniscono produttori di substrati, coltivatori professionali, aziende di paesaggistica, hobbisti e gruppi di opinione sulle tematiche dei materiali di scarto riciclabili. Tutte le suddette entità potrebbero beneficiare di questo lavoro.
li' quindi evidente che il lavoro di definizione e descrizione del concetto di qualità per i substrati è il passo successivo a quanto sopra descritto.
4.2. CEN/TC 223
A partire dal 1990 all'intemo della CEE, il Comitato Europeo per la Standardizzazione (Comile Luropéen de Normalisation), Comitato Tecnico n. 223, cerca di definire, elaborare e proporre metodi di caratterizzazione e standardizzazione degli ammendanti e dei substrati.
1 -o scopo del CEN TC/223 è quindi di facilitare il libero scambio di tali prodotti fissando comuni requisiti di controllo e certificazione della qualità.
I/attività del Comitato TC/223 è suddivisa all'intemo di 4 gruppi di lavoro (WG) con rispettive competenze proposte in modo sintetico:
• Gruppo di Lavoro 1 (WG I): lessico, etichetta e marchio
Terminologia, etichettatura obbligatoria e opzionale e determinazione dei limiti massimi e minimi per la definizione di prodotto di qualità.
• Gruppo di Lavoro 2 (WG 2): problemi di sicurezza
Sicurezza nei confronti di persone, ambiente e piante; informazioni per minimizzare eventuali rischi.
• Gruppo di Lavoro 3 (WG 3): campionamento Direttive per i metodi di campionamento.
• Gruppo di Lavoro 4 (WG 4): metodi analitici
metodi standardizzati di analisi per ogni fattore specificato nei Gruppi di Lavoro 1 e 2.
Non è stato ancora raggiunto un accordo per la definizione finale dello standard CEN, che comprenderà una serie di documenti tecnici. E' prevista l'elencazione di un'ampia serie di standard individuali che tratteranno di specifiche determinazioni e metodi di analisi; tutti questi saranno collegati da documenti unificati riguardanti programmi di specificazione, etichettatura e campionamento per gruppi di prodotto. Lo sviluppo di tali documenti da parte dei gruppi di lavoro e la loro ratifica da parte dei Paesi europei sarà un processo di una certa durata.
Gli standard CEN sono destinati a comprendere tutti i materiali di rilevante impiego in agricoltura, florovivaismo, giardinaggio e paesaggismo.
4.2.1. Gruppo di Lavoro 3 (WG3)
All'inizio del lavoro si è osservato che in alcuni Paesi non esistevano procedure riconosciute per il campionamento con questa tipologia di prodotto, mentre altri Paesi possedevano specifiche molto dettagliate.
11 Gruppo di Lavoro ha considerato i vari standard in uso e quelli stabiliti per prodotti similari quali i fertilizzanti. E’ stato preparato uno schema di campionamento che cerca di bilanciare la necessità di ottenere un campione realmente rappresentativo con l'esigenza di minimizzare il costo del campionamento, tenendo presente il relativo basso costo del prodotto che viene analizzato.
La bozza di questo standard descrive un piano di campionamento per l'impiego di qualsiasi prodotto solido, sia esso venduto sfuso o in sacchi. Esso comprende la scelta dei punti di campionamento, il prelievo ed il metodo di produzione ed etichettatura del campione finale. Inoltre lo standard richiede la determinazione della densità apparente alle condizioni del campionamento, di modo che il laboratorio possa esprimere i propri risultati sulla base dello stesso volume.
4.2.2 Gruppo di Lavoro 4 (WG4)
11 compito del WG 4 consiste nello sviluppare metodi analitici per la caratterizzazione fisico-chimica degli ammendanti e dei substrati. Quindi, su ogni determinazione esso chiederà l'effettuazione di prove in collaborazione, di modo che le richieste di etichettatura possano essere verificate attraverso l'impiego dei metodi standard. Riguardo ai metodi sono già allo studio alcune proposte provvisorie, che sono quasi identiche o molto simili a quelle indicate nei metodi di riferimento della Società Intemazionale di Scienze Orticole (I.S.H.S.).
E’stato proposto il seguente prospetto di lavoro prioritario:
* densità apparente secca
* volume di aria (capacità per l'aria) pFl
* volume di acqua (capacità per l'acqua) pFl
* ceneri
* porosità totale
* sostanza secca
* coefficiente di restringimento
* pH
* conducibilità elettrica
* granulometria
* sostanza organica (perdita per combustione)
Tutti gli altri argomenti (elementi estraibili, contenuto totale, contaminanti inerti, fìtotossicità,) sono stati rimandati ad un futuro lavoro.
Lo stadio successivo sarà l'organizzazione di prove comparative tramite la collaborazione tra diversi laboratori.